Una novità che attira attenzione
Quando si parla di acqua potabile, siamo abituati a pensare a un bene quotidiano, sicuro e scontato. Pochi si chiedono quale disinfettante utilizzi l’acquedotto, finché non viene introdotto qualcosa di nuovo. Ed è proprio in quel momento che nascono curiosità e timori.
La monoclorammina non è affatto una scoperta recente: in molte parti del mondo viene utilizzata da più di un secolo. In Italia, però, si è diffusa solo negli ultimi vent’anni e inizialmente era impiegata in contesti specifici, come la disinfezione dell’acqua calda sanitaria per la prevenzione del rischio Legionella. Solo più di recente è entrata nella pratica acquedottistica, diventando oggetto di dibattito e di attenzione da parte di un pubblico più vasto.
Questa transizione ha avuto un effetto collaterale prevedibile: molte persone hanno iniziato a cercare informazioni, trovandole però spesso su fonti non ufficiali. In assenza di canali istituzionali chiari, il passaparola e alcuni articoli sensazionalistici hanno contribuito a diffondere informazioni imprecise o fuorvianti. Da qui sono nati i cosiddetti falsi miti, convinzioni che, pur non avendo basi scientifiche, continuano a circolare generando preoccupazioni infondate.
Odore e sapore: cambia davvero qualcosa?
Una delle prime preoccupazioni riguarda le caratteristiche organolettiche dell’acqua. Alcuni consumatori riferiscono che la monoclorammina altererebbe l’odore o il gusto. Ma è davvero così?
La normativa è chiara: l’acqua destinata al consumo umano deve essere inodore, incolore e insapore. È vero che, soprattutto in fase iniziale, chi è era abituato alla presenza di disinfettanti nell’acqua può percepire un lieve cambiamento. Ma questo non significa che la monoclorammina peggiori le caratteristiche dell’acqua: al contrario, tra tutti i disinfettanti utilizzati è quello che ha l’impatto minore su odore e sapore.
Per comprendere meglio la ragione della possibile alterazione iniziale di odore e sapore, occorre considerare il ruolo del biofilm, un insieme di microrganismi e sostanze che possono formarsi sulle pareti interne delle tubazioni. Quando la monoclorammina viene introdotta, è in grado di agire anche sul biofilm e di rimuoverlo. Durante questa fase di pulizia, il biofilm rilascia sostanze che possono alterare temporaneamente l’odore e il sapore dell’acqua. Si tratta però di un effetto transitorio, che scompare una volta completata l’azione di igienizzazione.
È quindi importante chiarire che la monoclorammina non è la causa diretta di un peggioramento organolettico, ma anzi viene spesso scelta proprio per la sua capacità di garantire un’acqua più stabile dal punto di vista sensoriale rispetto ad altri disinfettanti, come il cloro libero, che ha un impatto molto più evidente, nonchè per la sua capacità di eliminare il biofilm e con lui, le alterazioni organolettiche di cui lo stesso può essere causa
Pazienti in dialisi: rischio reale o falso allarme?
Un’altra preoccupazione frequente riguarda i pazienti sottoposti a dialisi. L’acqua con monoclorammina è pericolosa da bere per queste persone? La risposta è chiara: no, l’acqua potabile contenente monoclorammina è sicura per tutti, inclusi bambini, anziani e persone fragili.
Il rischio si pone in un contesto diverso: quando la monoclorammina è presente nell’acqua utilizzata dai macchinari per la dialisi. In questo caso, se la sostanza raggiungesse il flusso sanguigno del paziente, potrebbe provocare emolisi. Non si tratta però di un problema specifico della monoclorammina: lo stesso vale per qualunque disinfettante a base cloro.
Proprio per questo motivo, gli impianti di dialisi sono progettati con sistemi di filtrazione a carboni attivi in ingresso, dimensionati per eliminare completamente qualsiasi disinfettante. Si tratta di una misura tecnica standard, prevista dalle linee guida internazionali. L’aspetto da sottolineare è che la monoclorammina, rispetto ad altri disinfettanti, è più persistente e arriva alle utenze a concentrazioni apprezzabili. Questo richiede una particolare attenzione nella progettazione e manutenzione dei sistemi a carboni attivi, che devono garantire un tempo di contatto sufficiente per la completa rimozione.
Per il paziente, tuttavia, questo significa che il rischio non riguarda il consumo domestico dell’acqua, ma solo il funzionamento corretto delle apparecchiature mediche, già predisposte per gestire la presenza del disinfettante.
Acquari e animali acquatici: perché servono precauzioni
La questione degli acquari è spesso citata come prova dei rischi legati all’impiego di monoclorammina. In realtà, anche qui, occorre fare una distinzione. Per tutti gli animali terrestri – cani, gatti, uccelli – l’acqua contenente monoclorammina non rappresenta alcun problema. Il discorso cambia invece per i pesci e per gli altri organismi acquatici.
Gli animali che respirano attraverso le branchie, infatti, sono più vulnerabili: la monoclorammina, così come qualsiasi altro disinfettante a base di cloro, può entrare direttamente nel circolo sanguigno e causare emolisi, con conseguenze potenzialmente letali. È quindi corretto dire che l’acqua dell’acquedotto, così com’è, non deve essere immessa direttamente in un acquario senza trattamento.
Come si risolve allora il problema? La maggior parte degli acquari, specialmente quelli di dimensioni medio-grandi, è già dotata di filtri a carbone attivo che rimuovono completamente i disinfettanti clorati, rendendo l’acqua sicura per i pesci. Per gli acquari più piccoli, come quelli domestici con un semplice pesce rosso, nei negozi specializzati sono disponibili additivi specifici che si aggiungono all’acqua al momento del ricambio e che neutralizzano sia la monoclorammina sia qualsiasi altro residuo di cloro.
In altre parole, il rischio per gli animali acquatici è reale, ma ben conosciuto e facilmente gestibile con strumenti già presenti sul mercato.
Nitrificazione: un rischio che dipende dalla gestione
Tra i temi più tecnici legati ai potenziali effetti collaterali dell’utilizzo di monoclorammina, c’è quello della nitrificazione. A differenza degli altri, non si tratta di un mito privo di fondamento, ma di un fenomeno reale che può verificarsi in determinate condizioni.
La nitrificazione è il processo microbiologico attraverso cui l’ammonio viene trasformato in nitriti e nitrati, sostanze indesiderate che possono avere effetti dannosi sulla salute. Affinché questo avvenga, però, devono verificarsi due condizioni contemporanee: la presenza di ammonio libero in eccesso e la presenza di microrganismi nitrificanti, che possono proliferare se il residuo di disinfettante non è sufficiente a controllare la crescita microbica.
In sintesi, la nitrificazione non è un inevitabile effetto collaterale, ma una conseguenza di una gestione non ottimale. Quando la monoclorammina è prodotta evitando eccessi di ammonio e quando il residuo viene mantenuto a livelli adeguati, il rischio viene eliminato. Numerose esperienze internazionali dimostrano che anche dopo anni di utilizzo continuativo della monoclorammina, in presenza di una corretta gestione della sua produzione e dosaggio, la nitrificazione non si manifesta.
Odore, sapore, dialisi, acquari, nitrificazione. Questi sono i principali temi attorno ai quali si è costruita una narrativa a volte distorta sulla monoclorammina. Analizzati uno per uno, emerge che si tratta in gran parte di falsi miti, alimentati da percezioni iniziali o da informazioni non verificate. Solo nel caso della nitrificazione si parla di un rischio concreto, ma completamente gestibile se si rispettano le corrette procedure di produzione e dosaggio.
La normativa europea e nazionale sulla qualità delle acque destinate al consumo umano stabilisce principi rigorosi: l’acqua deve essere salubre, sicura e priva di sostanze in concentrazioni pericolose. La monoclorammina, se impiegata correttamente, rispetta questi criteri e offre il vantaggio di una disinfezione stabile, capace di garantire protezione anche nei tratti di rete più periferici.
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